La Fed mantiene la politica di allegerimento quantitativo

 

La settimana scorsa la Fed ha annunciato la volontà di mantenere la politica di allegerimento quantitativo (chiamato anche ‘’quantitative easing’’, QE) che pratica da settembre del 2012. La banca centrale non fermerà i suoi acquisti mensili di assets finanziari per diversi motivi. L’inizio di un rallentamento avrebbe provocato l’aumento dei rendimenti obbligazionari, innescati da un aumento delle vendite di titoli di Stato ma anche dalle vendite dei governi stranieri che tentano di conservare il controllo sulle proprie valute ed i tassi d’interesse.

Qui sotto, i motivi per cui non ci saranno rallentamenti per quanto riguarda le iniezioni di liquidità:

1. I monetaristi oltre ai banchieri centrali stimano che il rialzo dei rendimenti obbligazionari e dei tassi d’interesse strozzeranno la ripresa economica. Vogliono elementi di ripresa più concreti prima di permettere che ciò possa succedere.

2. L’aumento dei rendimenti obbligazionari avrebbe costretto la Fed a rilevare i tassi d’interesse (0.25%) il più presto possibile per colmare la fuga dei depositi del proprio bilancio detenuti come riserve in eccesso.

3. Il sistema bancario tiene una parte troppo importante del proprio bilancio collettivo investito in obbligazioni a tasso fisso ed è anche esposto all’aumento dei tassi d’interesse via gli swaps di tassi d’interesse. Rallentare la creazione di moneta avrebbe certamente provocato una seconda crisi bancaria a partire dal punto più debole del sistema.

4. Il costo del finanziamento del deficit del governo americano sarebbe aumentato, difficile quando il soffitto del debito deve ancora essere rinegoziato.

5. L’aumento dei tassi d’interesse americani destabilizzerà le monete dei paesi emergenti, rischiando di provocare una nuova crisi asiatica.

6. Non è il momento giusto per spostare il peso del finanziamento governativo sui mercati, perché i possessori stranieri hanno dimostrato di essere pronti a vendere quando i rendimenti cresceranno.

La Fed ha nuovamente affermato che i tassi d’interesse a zero saranno mantenuti per un certo periodo. In realtà non ha scelto. La Fed deve minimizzare il rischio d’inflazione. Il risultato sarà l’inflazione dei prezzi, una cosa sfavorevole per il dollaro mentre favorevole per l’oro. Questo si traduce dal grafico dei rendimenti dei Bond del Tesoro americano dove i prezzi a lungo termine sono crollati la settimana scorsa rispetto a quelli a brevi termine.

I mercati hanno mentito a loro stessi ipotizzando un rallentamento su voci erano infondate. I metalli preziosi sono stati venduti ed alimentati da un discorso tecnico sempre più ribassista ogni volta che un livello di sostegno si rompeva. Non è una sorpresa se i prezzi dell’oro e dell’argento siano cresciuti in modo spettacolare la settimana scorsa subito dopo l’annuncio della Fed. L’oro è cresciuto di 70 dollari e l’argento di 2 dollari rispetto ai calo intra-day. Sembra che un secondo piano importante sia ormai stabilito al di sopra dei più bassi di giugno e della posizione ribassista, insieme alla penuria di metallo fisico che sosterrà i prezzi nelle prossime settimane.

L’allegerimento quantitativo è nocivo per il dollaro e non impedirà il rialzo dei rendimenti obbligazionari. L’economia americana è nella trappola del debito massiccio e non può essere liberata. In realtà, l’espansione del contante e dei depositi nel sistema bancario americano porterà all’iperinflazione che si rivela impossibile da fermare. Ecco il messaggio del colloquio del FOMC tenutosi la settimana scorsa.

 

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